Anche migrare è viaggiare

Anche migrare è viaggiare

Era il mio bel vagone semi vuoto e uno dei pochi con l’aria condizionata. Ero già rilassata quando alla prima fermata salgono 10 donne, rumorose, invadenti e maleodoranti. Si appropriano del vagone, parlano a voce alta, tutti nel vagone abbiamo sguardi infastiditi e confusi dal chiasso. Una delle donne davanti a me tira fuori una matassa aggrovigliata di nastri colorati. Le guardo meglio; sono belle, colorate, allegre, forti. Capisco che quei nastri sono per le treccine, avevo visto prima in spiaggia una signora farle ad una bambina. Guardandole meglio, il fastidio è scomparso e mi sono immaginata da dove venissero. Ho capito solo “Senegal” ripetuto nelle loro chiacchiere confuse. Mi sono chiesta come saranno arrivate qua in Italia e mentre rimango imbambolata a guardarle mettere a posto la matassa, una di loro mi guarda e sorride. Non posso evitare di sorridere ampliamente e dirle guardando ciascuna di loro, che sono molto belle. Sorridono a me e tra di loro ridono e parlano. Non sanno l’italiano se non “bella” e “treccine”. La ragazza davanti a me e quella a fianco a me non hanno paura di sfiorarmi. Anzi, le nostre braccia e gambe sono appoggiate l’un l’altra. Io a loro non do fastidio, non gli faccio “schifo”. Cerco di immaginarmi come sia dover fuggire dal proprio paese per cercare un minimo di pace o un futuro e ritrovarmi a lavorare sotto il caldo a far treccine a sconosciuti. Cerco di immaginarmi come mi sentirei se dovessi combattere ogni giorno con sguardi brutti, con sguardi che urlano “mi dai fastidio”. Cerco di immaginarmi lontana dal mio paese, con la mia cultura, le mie abitudini, i miei colori, la mia famiglia. Cerco di immaginarmi obbligata a lasciare la mia casa per vivere dove non mi vogliono. Perché ormai è ciò che la nostra società trasuda giornalmente. E penso ai miei nonni. Scappati negli anni 40 in Venezuela. Chissà come sarà stato. Chissà se erano i benvenuti. E penso che io la forza di queste donne forse non l’avrei. Perché loro la forza, la dignità, la speranza la emanano talmente tanto, che la posso toccare. E non servo certo io a loro per informarle che le stimo, ma lo faccio. E vorrei poterglielo dire, ma sarebbe dura da spiegare. E penso che prima di essere emigranti, fuggitivi, extracomunitari, stranieri, siamo m umani. E l’umano è uguale ovunque. O almeno dovrebbe. E che tutto il mondo è paese. Perché questo viaggio mi ricorda un viaggio che feci, dove nel mio scompartimento a 6, entrò una famiglia italiana; chiassosa e mal odorante. E non erano ne colorati,ne forti, ne sorridenti. Solo chiassosi, invadenti, maleodoranti e maleducati

Di Bianca Nevius



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