La vita parigina

La vita parigina

Parigi è la mia città preferita: è davvero bellissima, elegante, magica, proprio come viene descritta nei libri. Ho visitato questa città come turista nel novembre del 2015, e l’anno successivo ci ho vissuto e lavorato per circa un mesetto. Un’esperienza particolarmente bella e difficile, che ha presentato molti lati negativi ma anche positivi, e soprattutto dei risvolti comici che ho deciso di raccontarvi.

Innanzitutto, una piccola premessa: prima di partire mi sono documentata e ho letto un po’ di tutto, specialmente su Internet, articoli su vari blog, testimonianze di italiani che hanno lavorato in Francia, post e commenti su diverse pagine di Facebook. In breve, la mia “ricerca” mi ha fatto capire che, una volta arrivata in Francia, e in particolare a Parigi, mi sarei ritrovata in un ambiente non esattamente ospitale, in tutti i sensi. Io, che già mi immaginavo passeggiare leggiadramente sulle rive della Senna sofisticata come Audrey Hepburn e lanciare sassi sul Canal Saint Martin come Amelie, ho dovuto resettare le mie aspettative e prepararmi a qualcosa di molto meno romantico e bucolico.

Infatti, dopo un mese ho realizzato che tutto quello che avevo letto era assolutamente vero.

I francesi in generale, e i parigini in particolare, sono noti per il cosiddetto broncio. Io l’ho ribattezzato: a casa mia quello che vedevo quotidianamente si chiama “muso lungo”, non broncio. Tuttavia è stata una cosa abbastanza sopportabile. Certo, ogni volta che salivo sulla Metro per andare al lavoro alle 6.30 del mattino, o al ritorno alle 17, ora in cui sembrava che tutta la città si fosse riunita nello spazio ristretto del mio vagone, difficilmente vedevo intorno a me facce rilassate e sorridenti. Ma io non ero da meno: il più delle volte stavo morendo di sonno perché mi ero alzata all’ alba, oppure ero stanchissima dopo la giornata passata al lavoro. E avrei dovuto anche sorridere? Naaaaaaa. Ma voglio puntualizzare che la stessa cosa mi succedeva in Italia. Il buonumore arrivava al massimo nella fascia oraria 11-16. Ma spesso alle 11.05 era già scappato a gambe levate.

All’ interno dei negozi, nelle boulangeries, nei centri commerciali, a volte i commessi erano super gentili, a volte mi trattavano e mi guardavano come se fossi un terribile parassita, ma anche questo devo dire che mi è capitato spesso anche nella mia patria. Però c’è una differenza importante: a Parigi le persone hanno la r moscia e sono terribilmente francesi, quindi il loro modo di fissarti dalla testa ai piedi con sufficienza fa più effetto, lo devo ammettere.

Un altro dei lati negativi di Parigi è rappresentato dalle spintonate e dalle gomitate che vengono generosamente elargite tra i pedoni. I primi giorni infatti credevo di essere diventata invisibile oppure obesa (cosa molto probabile dato che mi ingozzavo di dolci francesi senza ritegno): tutti, dico tutti, donne, bambini, ragazzi, persino gli anziani tra gli ottanta e i novantacinque anni con tanto di stampella, camminavano come se io non fossi sullo stesso marciapiede che calpestavano anche loro, e mi davano spintoni che nemmeno Mike Tyson ubriaco. Poi però mi dicevano “pardon”, non posso negarlo. Io ero lì, riversa a terra col braccio dolorante, ma non importava, loro avevano detto “pardon” e potevo anche morire.

Piano piano ci stavo facendo l’abitudine, e ogni tanto azzardavo anche io qualche timida spinta, soprattutto quando dovevo salire sulla metro e volevo accaparrarmi il posto a sedere. Tanto avevo capito che bastava dire “pardon” e nessuno avrebbe protestato. Mi stavo adattando, insomma.

Esaminiamo un ultimo aspetto abbastanza negativo di Parigi: il clima. Dalle mie letture precedenti alla partenza avevo dedotto che a Parigi piove sempre e fa un freddo boia. Beh, sì, quasi. È vero che pioveva spesso, ma c’è da dire che molto spesso era una pioggerellina impalpabile e leggera, e aprire l’ombrello sarebbe stato davvero superfluo. Tutto si risolveva con un buon cappotto dal tessuto impermeabile, cappuccio calato sulla testa et voilà. In caso di pioggia torrenziale, invece, l’ombrello era necessario, ma pazienza, Parigi è splendida, anche sotto la pioggia e nonostante il freddo glaciale.

Quindi, ricapitolando, Parigi necessita di 1) cappotto super imbottito anti-stupro e ingrassante. 2) parastinchi e protezioni varie per le articolazioni dato che prenderete parecchie legnate 3) le vostre migliori imitazioni di sguardi altezzosi e arroganti, in modo da poter reggere il confronto con quelli dei (non tutti! generalizzo per divertirmi un po’!) parigini.

Adesso voilà, qualche ricordo fotografico di questa esperienza e au revoir!

Di Francesca Pola

    



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