Porto Flavia

Porto Flavia

Esistono tanti tipi di viaggio. Quelli verso mete sconosciute e mai viste prima. Quelli di pochi giorni

o di un mese. Quelli rilassanti e quelli avventurosi. Per quanto mi riguarda anche una gita di un

giorno soltanto può essere considerata al pari di un volo in un paese diverso dal nostro. A volte una semplice passeggiata in un quartiere della città in cui abito e che mi piace moltissimo può essere vissuta tanto intensamente da farci sentire un po’ in…vacanza.

L’escursione che ho fatto l’anno scorso con le mie amiche del cuore a Porto Flavia, in Sardegna per

me ha rappresentato una specie di viaggio.

Era il mese di ottobre e faceva un caldo terribile, cosa assolutamente normale in quest’isola dove a gennaio le temperature più basse arrivano massimo a sette gradi. Io stavo per partire per Parigi e le ragazze avevano organizzato questa gita per stare tutte insieme e salutarmi come si deve.

Porto Flavia è un’antica miniera portuale scavata nella montagna che sbocca a strapiombo sul mare.

Si trova nella località di Masua, una spiaggia bellissima nota soprattutto per una grande roccia bianca che spunta in mezzo al mare e che ha un nome suggestivo: Pan di Zucchero.

La nostra gita prevedeva innanzitutto la visita guidata all’interno della roccia in cui è incavato il

porto. Prima di cominciare abbiamo dovuto indossare un terribile elmetto giallo da aspiranti

speleologhe che per un attimo ci ha fatto desistere dall’idea di farci dei selfie. Poi però ci siamo

ricredute e abbiamo scattato foto a manetta, tutte con l’elmetto. Davvero affascinanti.

Premetto che l’orario era indecente: le 11.30 del mattino. Praticamente c’erano 30 gradi e stavamo boccheggiando. Una volta entrate nella montagna siamo state atterrate da un’escursione termica di almeno dieci gradi che nemmeno alle terme degli antichi Romani: disagio.

Dopo due minuti e mezzo la situazione precipita: alla mia amica Antonella viene una bella crisi di

claustrofobia e inizia a sudare freddo. Sudava anche l’elmetto a dire il vero. Per fortuna il custode

del porto che accompagnava la guida è intervenuto, investendo la povera ragazza con un attacco

logorroico che avrebbe reso inoffensivo anche Hannibal Lecter.

Meno male che non ho paura degli spazi chiusi.

Al termine del percorso ci siamo affacciate da una porticina direttamente sul mare e dalle foto

potrete vedere che si tratta di un panorama stupendo. Di sicuro vale la pena affrontare freddo,

umidità e custodi un po’ troppo ciarlieri per ammirarlo.

Finita la visita siamo risaltate in macchina per raggiungere la laveria “La Marmora”, una struttura

abbandonata che veniva utilizzata per lavare i prodotti minerari.

Nel frattempo ci era venuta una fame abbastanza importante ma volevamo mangiare una volta arrivate alla destinazione successiva.

Non avevamo considerato il fattore sfiga, da tener presente in qualsiasi tipo di viaggio. E infatti nel

bel mezzo della strada, col sole a picco e 35 gradi di temperatura, il traffico veniva bloccato causa

pullman in panne.

Abbiamo provato per un po’ ad aspettare che la cosa venisse risolta, eroicamente convinte che

avremmo potuto resistere a quel leggero languorino. Ahahahahah. Tempo dieci minuti e ci siamo

avventate sui nostri panini come leoni sulle gazzelle. Gli altri turisti in macchina ci hanno guardato

con un’espressione un tantino sconcertata ma pazienza. Forse era solo invidia.

Dopo aver assistito al rocambolesco salvataggio del pullman e aver fatto dieci ruttini al tonno a testa siamo ripartite.

Arrivate alla laveria improvvisamente scopro che il monumento prevede una

​scalinata di 400 gradini. Lo ripeto: 400. I miei poveri glutei si lamentano anche quando salgo su un marciapiede: non avevo speranze.

La discesa tutto sommato è stata facile. Il panorama poi incredibile, una bellezza quasi irreale. Ti viene quasi voglia di tuffarti in acqua e perderti. Lo consiglio a tutti. Magari prima è meglio fare qualche mese di palestra, giusto per non rischiare di morire. Infatti poi siamo dovute tornare indietro. Vi ricordate i 400 gradini? Ecco. Ora bisognava farli in salita. Per qualche secondo ho pensato di rientrare a nuoto. Poi ho visto che le ragazze erano più agguerrite che mai e mi sono fatta coraggio. Credo di averci impiegato mezz’ora. Al decimo gradino i polmoni stavano scoppiando e nemmeno fumo. Al centesimo volevo farmi sopprimere. Al trecentesimo sono praticamente svenuta. Al quattrocentesimo ho baciato il terreno sotto i miei piedi.

Alla fine di questo trekking eravamo tutte disidratate e in iperventilazione, nonché

vergognosamente sudate. In queste eleganti condizioni siamo andate a rinfrescarci in un bar e poi

ripartite per tornare a casa.

In tutto siamo rimaste fuori forse sette ore ma per me questa “scampagnata” può essere considerata la prova che esistono tanti tipi di viaggio. Forse perché stavo per trasferirmi a Parigi e non avevo idea di quanto tempo ci sarei rimasta e di quando avrei rivisto le mie amiche.

Comunque è stata una giornata lunga e intensa, proprio come lo sarebbero stati tre giorni in una città sconosciuta. Tutte le emozioni tipiche del viaggio si sono concentrate in quelle poche ore insieme, confermando l’idea che anche una semplice escursione può farti sentire in vacanza.

C’è una bella frase di Tolstoj, tratta dal romanzo Anna Karenina che dice:

Ci sono tante specie d’ amori, quanti sono i cuori

Allo stesso modo secondo me esistono tanti tipi di viaggio, così come tante specie d’amore.

Di Francesca Pola

      

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